Seven Steps To Heaven / In Europe / Jack Johnson

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Seven Steps To Heaven, In Europe e Jack Johnson sono tre album della produzione davisiana molto diversi tra loro nonostante presentino interessanti legami. Seven Steps to Heaven e’ stato registrato tra Los Angeles e New York nella primavera del 1963, mentre In Europe e’ una registrazione effettuata al Festival Mondial du Jazz d’Antibes il 27 luglio del 1963, che rappresenta una sorta d’appendice live a quanto Miles andava collaudando nelle registrazioni in studio di quegli anni. Seven Steps to Heaven e’ un album fondamentale per capire il percorso intrapreso da Davis nei successivi E.S.P. (1965), In A Silent Way (primo 1969) e Bitches Brew (1969) e in parte anche in Jack Johnson (primavera del 1970). Seven Steps To Heaven, che include tre nuove composizioni del suo originale repertorio, offre, infatti, i primi accenni di quella vena freebop che Davis realizzera’ pienamente a meta’ degli anni Sessanta con il suo “secondo grande quintetto”, a partire da E.S.P.; mentre In A Silent Way sara’ l’album che dara’ inizio a quel filone jazz-rock che esplodera’ pienamente con Bitches Brew e che ritroveremo anche in Jack Johnson. La genesi di entrambi i percorsi puo’ dunque essere rintracciata in quest’album, per la sua energia e forza artistica.


Ma ora un po’ di storia. Nel 1961, dopo aver perso John Coltrane lasciandolo alla sua carriera solista, Davis rifonda la sua formazione. Il quintetto di Seven Steps To Heaven e del live d’Antibes e’ senza dubbio la formazione “d’arrivo” piu’ completa, piena, affiatata che poteva mettere insieme anche se le difficolta’ per crearla non furono poche. Nelle registrazioni in studio di New York (“Seven Steps To Heaven”, “So Near, So Far” [4], “Joshua”) e in quelle del tour europeo, accanto a Davis, troviamo George Coleman al sax tenore, Herbie Hancock al piano, Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla batteria. Nelle registrazioni ai Columbia Studios di Hollywood (“Basin Street Blues”, “I Fall In Love Too Easily”, “Baby Won’t You Please Come Home”, “Summer Night”) al piano troviamo Victor Feldman – pianista di base a Los Angeles – e alla batteria Frank Butler – ingaggiato in sostituzione di Jimmy Cobb che aveva lasciato per il Trio di Wynton Kelly. Stilisticamente quest’ultimo era forgiato della stessa pasta di Cobb, forse con meno intensita’ espressiva, ma con un beat e un groove che sicuramente piacevano a Miles. Queste sessioni di Hollywood mostrano un Davis rilassato, riflessivo, ma sicuramente temprato, con quella verve che emerge nettamente nel live d’Antibes. Nelle session di New York Miles sembra piu’ teso, intento a trovare il giusto rodaggio. Spinge veloce sulla tromba, energico e pulito come sempre, accompagnato da un sensibilissimo Herbie Hancock al piano. Per apprezzare le due registrazioni, nella loro diversita’ e specificita’, bisogna sicuramente ricorrere allo splendido cofanetto Seven Steps: The Complete Columbia Recordings Of Miles Davis 1963-1964 (7 cds), questa ristampa offre una pregevolissima ristampa dell’originale (con due bonus track). Non e’ tutto, ma e’ la musica di Miles, sempre immensa.


Il centro di gravita’ della formazione che Miles porta al Festival Mondial du Jazz d’Antibes di In Europe e’ ancora una volta ben calibrato e solido. Il gruppo che capitana nel 1963-1964 con il sassofonista tenore George Coleman e Herbie Hancock dovrebbe riservare maggiori attenzioni di quanto non sia stato fatto, in parte perche’ il repertorio, “Seven Steps To Heaven” e “Joshua” a parte, non e’ stato quasi modificato dal 1960 al 1962, con John Coltrane (o Hank Mobley) al tenore. Miles continuava a suonare “Autumn Leaves”, “Milestones”, “Walkin'”, “Bye, Bye, Blackbird”, “My Funny Valentine”, tutti brani degli anni Cinquanta, interpretati pero’ con una nuova vivacita’. La sezione ritmica del Davis del 1963-1964 – con il contrabbassista Ron Carter, il pianista Hancock e il batterista Tony Williams – spinge il primo Davis lontano. La formazione e’ pilotata da uno splendido Carter, capace di interpretare al volo le esigenze del gruppo in ogni circostanza. Suona veloce, piano, forte o dimesso a seconda di quanto sia necessario. Hancock appare e scompare, dando comunque e sempre quella ariosita’ che gli si addice. Coleman esplode in certi momenti nel pieno della sua potenza. Difficile immaginare cosa sarebbe stata questa registrazione con Coltrane al suo posto. Ad Antibes Williams usa anche i cimbali, il suo tocco esuberante si frammenta per qualche istante, in tempo per essere ripreso al volo dal gruppo.


In un intenso periodo di 16 settimane, tra il 18 giugno e il 4 luglio 1969, Miles Davis coagula A Tribute To Jack Johnson. L’album uscira’ con due lunghissime track, la potente e straripante “Right Off” (26.52) e la sua controparte “Yesternow” (25.34), e rivelera’ al mondo l’invasione di campo di Davis nel rock, a suo modo, col suo stile. Nulla stava avvenendo a caso. Herbie Hancock spumeggiava con vampate rockeggianti in Miles in The Sky, in Filles De Kilimanjaro Hancock e Chick Corea accendevano una fiamma che si sarebbe spenta solo con la fine dell’esperienza elettrica. Chiaramente ispirato alle due star del momento – Sly Stone e Jimi HendrixA Tribute To Jack Johnson era il primo album che dichiaratamente e programmaticamente non si faceva scrupoli a uscire dai confini del jazz, e questo grazie anche all’insostituibile apporto del chitarrista John McLaughlin. Qui Miles suona aggressivamente, non ha remore, non si lascia andare a lunghe escursioni ipnotiche, ma conduce anzi i gregari con un’autorevolezza e un senso di liberta’ unici. L’album e’ ispirato a Jack Johnson, un pugile nero americano morto nel 1946 per un incidente d’auto, la cui vita, per Davis, e’ simbolo di liberta’. Il messaggio di Jackson – “I’m Jack Johnson, heavyweight champion of the world. I’m black. They never let me forget it. I’m black alright. I’ll never let them forget it” – e’ assimilato nelle piu’ recondite viscere di questa musica. È rivendicazione, e’ presa di potere, e’ senso di impotenza, e’ contrasto, e’ mescolanza di bianco e di nero, ma non e’ meticcio. Ma e’ soprattutto rivendicazione di una liberta’ (politica, sociale, umana, interiore, musicale ed espressiva) senza limiti e confini di sorta. Anche qui, il suggerimento e’ quello di ascoltarsi tutte le registrazioni contenute nel prezioso cofanetto The Complete Jack Johnson Sessions (5 cds). Ma vi basti anche l’originale. “La musica di quest’album parla da sola!”, e cosi’ sia…



Musicisti:

Seven Steps To Heaven
Miles Davis: tromba
George Coleman: sax tenore
Herbie Hancock: piano [2,4,6]
Victor Feldman: piano [1,3,5,7,8]
Ron Carter: contrabbasso
Tony Williams: batteria [2,4,6]
Frank Butler: batteria [1,3,5,7,8]

In Europe
Miles Davis: tromba
George Coleman: sax tenore
Herbie Hancock: piano
Ron Carter: contrabbasso
Tony Williams: batteria

Jack Johnson
Miles Davis: tromba
Steve Grossman: sax tenore
Herbie Hancock: organo
John McLaughlin: chitarra elettrica
Michael Henderson: basso elettrico
Bill Cobham: batteria

Brani:
Seven Steps to Heaven
01. Basin Street Blues 10:27
02. Seven Steps to Heaven 6:23
03. I Fall in Love Too Easily 6:44
04. So Near, So Far (New York) 6:56
05. Baby Won’t You Please Come Home 8:25
06. Joshua 6:582
07. So Near, So Far (Los Angeles) 5:11 *
08. Summer Night 6:02 *

In Europe
01. Introduction by Andre Francis 0:46
02. Autumn Leaves 13:52
03. Milestones 9:17
04. I Thought About You 11:44 *
05. Joshua 11:27
06. All Of You 16:49
07. Walkin’ 16:15

Jack Johnson
01. Right Off 26:54
02. Yesternow 25:36

*bonus track


Links:
Miles Davis:
www.miles-davis.com
Columbia Legacy: www.legacyrecordings.com

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