DON CABALLERO: What Burns Never Returns + STORM AND STRESS: Self Titled

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Sul piano estetico e strumentale i Don Caballero di Pittsburgh hanno rappresentato il proseguimento e il vertice di quella straordinaria rivoluzione innescata dagli Slint di Spiderland. Un modo nuovo d’intendere (e superare) l’avant rock d’estrazione noise-post hardcore, facendo cadere in anticipo sul piatto cio’ che fu il pane quotidiano masticato da altrettanti validi esponenti quali Tortoise, June Of 44, Gastr Del Sol e compagnia “math-post rock” cantando. Devo comunque ammettere che allorquando acquistai il loro primo album For Respect (era il 1993) ebbi la reazione inconsulta di gettare il CD nel cestino dopo un paio di ascolti. All’epoca presentarsi con un repertorio completamente strumentale, costituito da vertiginose e geometriche accelerazioni noise-jazz-hardcore, era in assoluto una mossa fuori da ogni logica di mercato. Poi, chissa’ perche’, qualche giorno dopo lo recuperai e lo riposi nello scaffale. In quella musica c’era indubbiamente qualcosa di astruso e intrigante che inconsapevolmente continuava a ronzarmi nei timpani, cosicche’ gli ascolti successivi mi rivelarono un gruppo che con le iconoclaste e ruvide maniere dei Black Flag (quelli dell’EP strumentale The Process Of Wedding Out) disquisiva in maniera alchemica e originale sulla lezione dei King Crimson e sull’astratto free form rock coniato dagli incommensurabili Henry Cow. D’altronde non e’ pur sempre vero che spesso molti grandi amori prendono l’avvio dopo un periodo di sostenuta noncuranza e indifferenza da parte di uno degli amanti? L’importante e’ poi accorgersi in tempo dell’errore di certe opinioni e sensazioni affrettate.


 


 


 





What Burns Never Returns (Touch And Go, 1998) fu il terzo album della band dopo gia’ otto anni di attivita’. Artefici dell’opera: la coppia di chitarristi formata da Mike Banfield e Ian Williams, l’incredibile batterista Damon Che Fitzgerald e il bassista Pat Morris. Otto i brani di questo album di svolta, che errando e spaziando in molteplici direzioni abbracciano con piglio marziale (o marziano?) un rock evoluto fatto di sincopi, accelerazioni, arresti e dissonanze minimali. Complessivamente lo preferisco al precedente Don Caballero 2, che resta pur sempre un grandissimo disco. Ora, tuttavia, la materia sonora si lascia ascoltare con maggior piacevolezza e l’esperienza acquisita favorisce risultati che in virtu’ dell’ormai compiuta canonizzazione di un certo tipo di sound sono facilmente decifrabili a dispetto del terreno sperimentale da cui sorgono. Cio’ che lascia sconcertati e’ la nuova attitudine a scegliere dei titoli lunghissimi (In The Absence Of Strong Evidence To The Contrary, One May Step out Of The Way Of The Charcing Bull) oppure dal significato ermetico (Delivering The Groceries At 138 Beats Per Minute), ma possiamo immaginare questi come sfoghi di musicisti che lasciano volutamente da parte il canto e i testi nelle loro composizioni. Nel pezzo che apre le danze (Don Caballero 3) si comprende immediatamente come le percussioni di Damon Che giochino un ruolo rilevante all’interno degli austeri ponti strumentali innalzati dalle chitarre e dal basso. Molto dinamico e memore delle passate acrobazie propulsive il brano successivo (quello dall’abnorme titolo sopra citato), mentre Delivering The Groceries e’ disseminato di ringhiosi episodi e riff circuitali che nella sostanza rievocano il verbo noise-punk di Chicago. Slice Where You Live Like Pie vive invece sui tempi impazziti del math rock piu’ astratto, che in Room Temperature Suite produce un arcobaleno d’invenzioni dirompenti e spiazzanti. The World In Perforated Lines e From The Desk Of Elsewhere Go concorrono, viceversa, a istituzionalizzare uno spigoloso progressive-rock in linea con il terzo millennio in procinto di bussare alla porta. Chissa’ poi cosa avrebbe dato Steve Albini per far sua la partitura espressa dalla conclusiva June Is Finally Here, un metallico diorama che dispensa ritmi geometrici e e armonie ellittiche pregevolmente organizzate secondo l’arte della libera improvvisazione. In poche parole un gruppo avanti anni luce sugli altri contendenti e album magnifico (ancora suggestivo e per nulla logorato dal tempo) da mettersi in casa.


 


 





 

Concatenato a questo cambio di rotta e certamente non poco galeotto fu, tuttavia, un album epifanico apparso l’anno prima, vale a dire il doppio omonimo con cui esordiscono gli Strom And Stress, diramazione a carattere isolazionista dei Don Caballero, dato che titolare del progetto e’ il chitarrista Ian Williams, coadiuvato da Eric Topolsky al basso, Kevin Shea alla batteria e Micah Gaugh al piano e alla voce (in disparate occasioni anche partner di Cecil Taylor). Per descrivere Strom And Stress (Touch And Go, 1997) non saprei trovare altri aggettivi ed esempi all’infuori di anticonvenzionale, spontaneo, geniale, eccessivo; gli Slint che incontrano Derek Bailey e lo invitano in studio per sottometterlo alle direttive estetiche di Steve Albini. I sette brani che lo compongono sembrano la piu’ probabile metafora creativa dell’anarchia in musica. Scordatevi la tradizionale struttura del pezzo rock e siate piuttosto pronti ad imboccare gli accidentati sentieri ornettiani del free jazz. Dappertutto si sente un isterico sbattere di piatti, un nervoso pizzicare di corde e flebili vocalizzi che accompagnano i timidi accenni di sporadiche melodie incompiute. Sembra quasi che le note svolazzino in un’atmosfera priva di gravita’, dove ogni elemento si muove e libra in aria all’infinito senza mai posarsi. Unica eccezione e’ Micah Gaugh Sings All Is All, dolce interludio di un ubriaco che per caso si e’ seduto vicino a un pianoforte. In questo contesto il chitarrismo di Williams gia’ si rivela radicale, innovativo, sia nei timbri aspri sia nella tessitura di ovattate dissonanze atonali, mentre all’interno e a latere di ogni traccia si solidificano ed evaporano le pulsanti figurazioni algo-ritmiche di Kevin Shea. Un presagio, forse ancora troppo impercettibile, delle meraviglie soniche che, in tempi piu’ rasenti all’oggi, i due sapranno inventarsi e regalarci a capo dei Battles e dei Talibam!.

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